Prof. Stolat EnterTrainer

Un viaggio ad occhi chiusi su un intercity sempre pieno

Eccomi

Blogger: stolat

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Feeds

  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

mercoledì, 02 novembre 2005
Ciao Pa'

Solo l'amare, solo il conoscere conta, non l'aver amato, non l'aver conosciuto. Dà angoscia il vivere di un consumato amore. L'anima non cresce più. PPP da "Le ceneri di Gramsci", 1957


Postato da: stolat a 10:21 | link | commenti (16)

domenica, 16 ottobre 2005
L'ultima, quelle prima, la prossima

I giorni che vengono prima sono sempre stanco. Stanco, stufo, stizzito, molesto, intrattabile. Le emozioni, poi, di quando ci arrivo, sono variabili: ogni volta che ci torno è diversa da quella precedente. E mi ricordo.

E mi ricordo della prima volta sul palcoscenico a gradoni del giardino di facoltà, che ero un imperatore brechtiano fra l'isterico e il distratto - che poi distratto lo ero davvero - e le facce degli studenti che mettevano da parte i libri e cominciavano a guardarci divertiti, con Tabucchi che si affacciava dalla finestra dell'aula magna, e si guardava lo spettacolo con gli studenti, ridendo come un pazzo e ad un'interrogativo levarsi di sguardi del pubblico verso di lui, si giustificava presentandosi: "Faccio il loggione!"; della seconda volta a teatro con un bruttissimo spettacolo sui sonetti di Shakespeare; della terza immediatamente successiva che oltre che l'attore facevo anche l'organizzatore, che non l'avessi mai fatto, e che il service si dimenticò la scala più alta e toccò issare la scaletta piccola su un mobile ottocentesco dell'università per poter piazzare le luci e fare i puntamenti, mentre due di noi facevano la guardia sulla porta pronti a dare l'allarme appena fossero entrati in vista custodi o autorità, mentre mi si gelava il sangue e mi girava la testa (poi, in serata, avrei dato il peggio di me, dimenticandomi una battuta e procurandomi un attacco di panico in scena. Tutti si divertivano, tranne me), giurai che non l'avrei più fatto; e invece rieccomi la quarta volta, in questo caso fiero e orgoglioso anche se con tutte le ferite addosso inferte da tre mesi di prove tutti i giorni per sei ore al giorno, e quella volta fu gloriosa, a dispetto delle mie peggiori previsioni, con repliche ancora più esaltanti, come quella a Firenze alla Pergola in cui mi beccai un applauso a scena aperta ed uscii fuori ed ero fuori di me davvero, con tutta quell'adrenalina stemperata solo quando arrivammo a cenare tutti insieme che erano le quattro e mezzo del mattino, tutti svegli da dodici ore, e io pensavo che era quello che volevo fare. Ed era bello essere tutti insieme e crederci tutti insieme, abbracciati, forti. Con la gioia di esserci riusciti insieme. E in quella volta mi si sovrappongono tutte quelle future, anche le più difficili, come quella coi bambini in cui facevo quattro personaggi diversi che alla fine si scopriva che erano in realtà uno solo, e dovevo correre e scappare quando uscivo ed entravo di scena per cambiarmi, e quando rientrai nei panni del cattivo i bambini mi saltarono addosso per picchiarmi; o come quella volta che mi arrabbiai e stetti male a più non posso fino alle lacrime e pensai che quella era l'ultima davvero... La penultima a settembre, vestito da cuoco col racconto di Poe e l'ultima giovedì in cui entro in scena e per i primi cinque minuti devo rimanere al buio. E sento che per la prima volta è tutto tranquillo, tutto normale, senza ansie. E' come tornare a casa, sapendo che tutto è a posto e che le azioni che sto compiendo attentamente sono quelle giuste. Devo entrare in scena piano, senza far scricchiolare le assi della pedana. Mi siedo ed aspetto. E penso già alla prossima.


Postato da: stolat a 23:24 | link | commenti (8)

mercoledì, 12 ottobre 2005
Corridoio

Il corridoio di casa di mia nonna ha le pareti liscissime. Su queste mi divertivo a passarci il palmo della mano correndo e a sentire come si scivolava su quel muro fresco, non proprio bianco, ma dipinto di un celeste chiarissimo. L'ho sempre fatto: era un luogo magico. Di giorno ombroso, di sera buio. E in fondo a destra c'era la stanza buia della mia bisnonna, in cui i mobili di legno molto vecchio scricchiolavano, la tromba del marinaio che suonava il silenzio la riempiva ogni sera, e da piccolo mi piaceva e mi faceva paura, tutto insieme. In fondo a sinistra, invece, c'è la camera da letto dei nonni, con gli armadi a specchi, i ritratti, la carta da parati chiara. Ce n'è un'altra, di stanza, però, alla fine del corridoio: quella del ripostiglio. Da piccolo (e forse ancora adesso) mi sembrava una stanza davvero strana, piena di oggetti di vario tipo: aspirapolavere, scope, palette, stracci, e un grande armadio a muro che conteneva tutto l'immaginabile. Era una stanza davvero misteriosa e strana: da lì poteva venir fuori di tutto. E, certe volte, di sera, percorrere tutto il corridoio, afferrare ed abbassare la maniglia ed entrarci dentro diventava un vero e proprio atto di coraggio.

Così, quando adesso mi chiedono 'Come stai?', mi viene da rispondere che sto come in un corridoio con le pareti lisce: io ci cammino, ma la porta laggiù in fondo si allontana. A volte credo di essere riuscito quasi ad afferrare la maniglia, ma all'ultimo momento mi sfugge.

Vorrei scusarmi con tutti gli amici che sono passati da qui aspettando di leggere qualcosa di nuovo: purtroppo un periodo 'corridoio' determina anche degli effetti di questo tipo: cosa si può raccontare di se stessi quando tutto quello in cui si è tesi è la determinazione nell'afferrare quella maniglia? E' difficile starsi a guardare intorno se le pareti, così lisce e perfette, restituiscono agli occhi un paesaggio sereno ma sempre uguale.

Eppure di cose ne sono successe: la performance di settembre è andata bene - Elena, mi dispiace di non avertene informato a suo tempo, alla fine è andata per un bellissimo racconto di Poe, mi piacerebbe parlartene - e domani sera si va in scena con un nuovo spettacolo; ho provato ad entrare in un dottorato e ho sperimentato con amarezza cosa significa essere scartati quando si è certi di avere dalla propria un buon progetto; ho incontrato nuovi amici e, soprattutto, mi sono reso conto di quanti bei incontri si possano fare nella 'blogosfera'. Agli amici blogger invio un abbraccio fortissimo, ma proprio parecchio forte.

Per il resto si continua a camminare in questo corridoio, e ad aspettare che si apra quella porta. Chi sa che cosa c'è dall'altra parte.


Postato da: stolat a 22:29 | link | commenti (6)

giovedì, 28 luglio 2005
Contro le zanzare

Il trapano lavora sodo, incessantemente, e fa buchi nell'asfalto sotto il sole di quasi agosto. E io vivacchio qui dentro, nelle stanze ombrose (ma arroventate).

Dovrei, nell'ordine:

1. organizzare un progetto per un altro dottorato;

2. revisionare il girato di un video che devo decidermi a montare da anni;

3. stilare il progetto di un laboratorio teatrale per le scuole medie;

4. pensare a una bozza di testo per uno spettacolo di narrazione della durata di cinque minuti con cui devo debuttare a settembre.

E invece me ne sto qui a sponzare, maledicendo l'arroventamento e le zanzare, bestie che dell'accidia degli uomini d'estate, si nutrono. Il sangue degli accidiosi è zuccherato. Ne sono certo. Qualcuno vuol rendere il mio sangue almeno un po' amarognolo? Un modo c'è: aiutatemi col punto 4. Segnalatemi un racconto breve o lungo che racconti di acqua o di cibo. Stolat potrebbe portarlo in scena a settembre e rendervi celebri. Pensateci. Aiutate un professore in crisi creativa! Potrebbe essere la vostra grande occasione! E poi, statene certi, vi ricompenserò!


Postato da: stolat a 10:41 | link | commenti (21)

mercoledì, 20 luglio 2005
Trentanni

Cammino per strada, e gli amici senesi mi fermano per congratularsi. Una mano sulla spalla, mi scrollano dicendo allegri: "Vai tranquillo: dopo i trenta è tutto un calare!" Io cerco di difendermi come posso, ridendoci sopra e malcelando una sottile inquietudine. E loro, rendendosene conto, con esibita malvagità, insistono: "Guarda che è vero, eh! Sarà meglio che inizi a crederci da ora! E' tutto un calare!". E se ne vanno via, contenti.

Mi consolo pensando che per me non sarà una novità: è stato "tutto un calare" da quando ne ho compiuti cinque, di anni. I ricordi migliori, infatti, particolarmente in materia di conquiste amorose, risalgono a quando ne avevo tre e mezzo. Non pensate quindi di venire a spaventarmi con frasi apocalittiche come quella sopra, o voi che verrete a commentare!


Postato da: stolat a 08:51 | link | commenti (11)

sabato, 16 luglio 2005
Nella stanza azzurra

La mia amica E. ha gli occhi grandi, scuri e sereni, e più li guardi e più ti senti fortunato a guardare due occhi così, che più li guardi e più ti senti bene. Ultimamente di grande aveva anche il pancione cresciuto a dismisura. E andava in giro così, piccolina, con quegli occhioni e quel pancione e quel sorriso grande anche lui, sempre sereno. Sua figlia, che si chiama A., è nata lo stesso giorno del sottoscritto professore, ovvero il 20 Luglio, e anche questo secondo pargolo ne aveva tutte le intenzioni. Ma la sua mamma proprio non ne poteva più: bisognava che nascesse.
Così stamattina, quando chiamo E., trovo il cellulare spento. Telefono a casa: non risponde nessuno. Telefono a casa dei suoi: anche lì nessuna risposta. Riprovo dopo pranzo con lo stesso risultato, e mi basta per esserne certo. Così, quando dopo pochi minuti mi risponde, so già cosa sta per dirmi.
Cammino nel corridoio ed entro nella stanza. C'è una tendina celeste e c'è la premura dei parenti, e la luce azzurra del tardo pomeriggio colora piano le lenzuola. Ci sono parole e chiacchiere e molte risate, e mani sul cuscino e sulle coperte. C'è una sorellina un po' gelosa, c'è un papà stanco e contento. C'è un bambino che è arrivato adesso e non sa ancora che cosa gli è successo. C'è pace negli occhi grandi di E. e nelle mani piccole del suo bambino E. Le parole sono poche, quelle giuste e quelle felici. Ed a un certo punto viene voglia di chiudere gli occhi e di fermarsi per un po'. Così, in questa stanza azzurra.


Postato da: stolat a 22:32 | link | commenti (10)

Hemingway meno quaranta

(L'altra sera al telefono con Liseuse, evidentemente in vena di complimenti)

Liseuse: Come si intitola il tuo libro?

Stolat: (lievemente imbarazzato) Non è che l'oggetto abbia un titolo proprio originale. (Pausa). Si intitola "Nove racconti".

Liseuse: (col sarcasmo della sua scorza cinica) ...Ma dài. Altri quaranta e raggiungevi Hemingway!


Postato da: stolat a 21:57 | link | commenti (2)

lunedì, 04 luglio 2005
Michael e la montagna

Ms Lewis oggi scrive di uno dei miti del cinema italiano. Io invece parlerò di uno dei miti del cinema americano e, in assoluto, di uno dei miei miti personali. Ricordo ancora quando, da piccolo, vidi Il cacciatore, restandone segnato. Vedendo quel film si intuisce la grandezza e la personalità di uno come Michael Cimino. Una di quelle persone a cui basta sedersi e dire tre parole per riempire di sè una stanza. Quando ieri l'ho incontrato ho percepito tutta la grandezza dei suoi film più belli, dei quali parla con un amore commovente e coinvolgente, davvero come fossero suoi figli. Sceglie con attenzione le parole da dire, le pronuncia lentamente, e da questa lentezza sgorgano una vitalità e una spiritualità contagiose. Quando racconta dei suoi film o del rapporto quasi mistico che ha con il paesaggio, del dolore per la mutilazione imposta a I cancelli del cielo - che ieri sera, per la prima volta, ho potuto vedere nella sua versione originale di 225' dopo le edizioni massacrate dai tagli inferti dalla produzione - tu che gli stai davanti non puoi non vacillare davanti a tanta umana semplicità: un uomo che ha girato alcuni fra i più grandi film della storia del cinema americano è lì che ti racconta del suo rapporto col paesaggio come fosse una confidenza fra le più intime che si possano fare a un amico: "Quando sei di fronte alla tua montagna succede sempre che arrivi il momento perfetto. I raggi del sole hanno l'inclinazione giusta, l'aria è immobile, i tuoi attori sono davanti a te e sembrano anche loro partecipare di tutto questo. E' un momento perfetto. Ed allora succede: una nuvola passa davanti al sole e rovina quel momento di perfezione. Allora c'è solo una cosa che devi fare: sederti e aspettare. La montagna sa che sei nervoso e che stai guardando l'orologio perchè è rimasto poco tempo. Sa che stai guardando anche l'orologio anche perché sta per arrivare la telefonata del produttore che ti vorrebbe già a girare da un'altra parte. Sa che le comparse e gli attori che sono immobili da ore non ne possono più e ti stanno odiando. Sa che ti stai disperando. Lo sa e ti vuole mettere alla prova. Solo se saprai aspettarla con umiltà lei potrà darti tutta la sua bellezza. A volte succede, a volte no." Guardando il suo film, ieri sera, ho visto per l'ennesima volta quanta bellezza le sue montagne gli abbiano concesso. Il suo West non è quello di John Ford né quello di Howard Hawks. Puoi vederlo solo nel suo film. E' solo suo.


Postato da: stolat a 19:14 | link | commenti (15)

giovedì, 30 giugno 2005
Riassunto

E' difficile per un professore che si assenta doversi giustificare. Quanti sensi di colpa pensando al blog lasciato alla deriva. Ecco, tuttavia, un riassunto necessariamente lacunoso di quello che ho vissuto dall'unidici al trenta di giugno del duemilacinque.

Soprattutto ci sono i giorni della calura, delle letture svogliate, degli scrittori che convincono meno ad ogni pagina che vai avanti, della musica forte dalle casse, dei punti in graduatoria promessi e poi sottratti, dei reclami ai provveditorati, dei ricorsi dagli avvocati, delle amiche convinte a tentare i dottorati, dello stare a bordo piscina sbracati, dei progetti stilati fino alle quattro del mattino, dell'ultima goccia di vino, del Palio che si fa più vicino, di Bruce che chiude il tour europeo a Berlino, dei capelli che perdono la foggia a porcospino, dei laboratori teatrali, dei contradaioli 'cignali', degli spettacoli, dei miracoli di Bess, della chitarra e del mandolino, del matrimonio del mio amico dove canto come un cantante confidenziale, dei giorni in cui sogno il romanista che vince contro il laziale, del carnevale sognato, del concerto vissuto sudato e suonato, del viaggio annunciato, della voglia di avere poca fretta e del cinema a Bologna che aspetta.


Postato da: stolat a 18:18 | link | commenti (18)

sabato, 11 giugno 2005
In me il tuo ricordo

Era molto tempo che aspettavo questa poesia. L'ho serbata tutto l'inverno attendendo che arrivasse la stagione adatta. Poi arriva l'estate, non ancora quella della poesia, ma quasi. E poi questi giorni, questi di un giugno che sembra ottobre. E allora ho capito che la stagione di questa poesia, forse, quest'anno non arriverà. Occorre quasi un miracolo, un accordo perfetto fra luce rossa vespertina e scirocco a striare di azzurro l'ultimo orizzonte di brace e di carbone. Occorre poi, per sentirla davvero, aver provato almeno una volta quel senso di esclusione - qui ancora allo stato embrionale - che ha percorso tutta la poesia di questo signore.

In me il tuo ricordo

In me il tuo ricordo è un fruscìo
solo di velocipedi che vanno
quietamente là dove l'altezza
del meriggio discende
al più fiammante vespero
tra cancelli case
e sospirosi declivi
di finestre riaperte sull'estate.
Solo, di me, distante
dura un lamento di treni,
d'anime che se ne vanno.

E là leggera te ne vai sul vento,
ti perdi nella sera.

Vittorio Sereni


Postato da: stolat a 12:07 | link | commenti (8)

Ultimi Commenti

Brumetta in Melhor do que o sil...

Archivio

oggi
marzo 2007
novembre 2005
ottobre 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005

Foto Recenti